il maestro disse
In un vecchio villaggio vive Varun, un discepolo devoto del maestro Acharya. Tutte le mattine Varun si sveglia all’alba per meditare. Prepara nel dettaglio ogni momento, allestendo il suo altare con fiori, foto, cristalli, mala e così via. Prepara il suo corpo attraverso la pulizia mattutina, lavando la lingua e gli orifizi, spazzolando la pelle e facendo una doccia veloce e tonificante. Beve acqua calda e irradia nella stanza profumi di incenso per la pulizia dell’aura. Si siede e comincia i suoi rituali che precedono la meditazione, insegnati dal suo amato maestro. Tutto sembra perfetto, gioia assoluta. Eppure dopo un po’ che è lì seduto cominciano le distrazioni del corpo.
il corpo non mente
Il ginocchio fa male, la schiena cede, i piedi sono dolenti. Il tempo passa e Varun non fa troppo caso a questi segnali, crede che con il tempo le cose miglioreranno. Un giorno mentre era nell’Ashram del suo maestro, durante un’asana di forza sente un forte dolore a una caviglia e dopo la sessione comincia a zoppicare. Afflitto si reca dal maestro esprimendo la sua preoccupazione per non poter fare le asana che tanto ama. Inoltre zoppicando non poteva più eseguire i suoi numerosi compiti, soprattutto quelli che esprimevano la sua devozione, come stare seduto per meditare. “Maestro Acharya, non so proprio cosa mi stia succedendo, sembra che le mie ossa non mi sorreggano. Continuo ad avere problemi alle giunture e questo mi impedisce di meditare quanto vorrei, di aiutare nell’Ashram, di praticare yoga ogni giorno. Sono molto deluso, per quanto mi sforzi c’è sempre qualcosa che non va. Cosa sto sbagliando? Ho forse una malattia che si sta espandendo nelle mie ossa, nei miei muscoli? Aiutami a capire cosa il Divino vuole da me.”
il maestro ascolta
Il maestro ascoltò attentamente la disperazione di Varun, ma il suo viso rimase calmo, il suo sguardo gentile. Comprese pienamente il dolore del discepolo, così gli propose di fare insieme una passeggiata nel giardino dell’Ashram, adornato di alberi secolari e fiori multicolori da un profumo intenso ed avvolgente.
“Caro Varun, capisco il tuo malcontento e la tua preoccupazione. Sei amareggiato perché ti stai impegnando tanto, ma i risultati sono scarsi rispetto a quello che vorresti.” – disse il maestro. Poi sospirando aggiunse: “ sei davvero certo che questo corpo sia così malato o forse sta semplicemente cercando di comunicarti qualcosa? Non è che forse sei così preso dai tuoi compiti da svolgere che hai dimenticato di dare attenzione ai messaggi che ogni istante arrivano dall’universo? E quando dico universo intendo anche il tuo corpo.” Varun cominciava a non capire. Cosa intendeva il maestro? Il suo corpo gli stava dicendo qualcosa?
Il maestro continua: “Ci sono cose che noi viviamo con la mente, con il cuore e pensiamo che il corpo sia staccato da tutto questo. Il nostro corpo, prima di essere fisico, è un corpo elettrico, energetico, di luce. E tutto ciò che viviamo in questa vita e nelle vite precedenti è nel nostro corpo pranico, ancora prima nel nostro corpo causale. Quando nasciamo su questa terra abbiamo già una mappa ben definita di cose da sciogliere, di cui liberarci. È arrivato il momento di osservare e analizzare per comprendere dove nel corpo di luce c’è una mancanza, un blocco.”
Il maestro continua: “Come va con la tua famiglia, come sono i rapporti con i tuoi genitori? Pensi molto al cibo? Qual è il tuo rapporto con il denaro? Hai paura di perdere la tua stabilità economica, di non soddisfare la tua famiglia, di perdere le tue certezze materiali? Durante la meditazione la mente pensante ti spinge a pensare a una o più cose legate a questi attaccamenti?”
le nostre paure nascoste
Varun è spiazzato da queste domande. Si chiede che senso hanno e perché dovrebbero essere legate alle sue articolazioni. “Maestro non capisco il nesso di tutto questo, però risponderò sinceramente alle tue domande. Amo moltissimo la mia famiglia, cerco di fare il più possibile per aiutare, sono molto protettivo, e ho spesso paura di perdere i miei genitori, soprattutto mia madre, con cui ho un legame molto forte. Amo il cibo e penso spesso a cosa mangiare, sono vorace a tavola, mastico velocemente, sono quasi sempre il primo ad avere finito. Il denaro mi fa paura, ho l’idea che non basti mai, tendo ad accumulare, a preservare nel timore che non sia mai abbastanza. Nonostante tutto vada bene, ho il timore di perdere all’improvviso il mio lavoro.”
la saggezza
“Vedi Varun, credo proprio che nel tuo corpo di luce ci sia un disequilibrio, e, da quello che racconti e che racconta il tuo corpo, queste memorie sono proprio nel primo chakra, Muladhara. Su questo piano si manifestano le proprie radici, le paure di perdere ciò che tiene in vita la macchina biologica e che la rende felice. Ecco così che ogni rapporto diventa ossessivo. Dietro c’è sempre la paura di perdere ciò che si ama, la vita. Infatti è qui che si manifesta la paura legata alla morte, quindi legata a genitori, cibo, denaro, salute, tutto ciò che è fondamentale per nascere e vivere. Lavora su di te attraverso la meditazione quotidiana, le asana in piedi di radicamento. Prenditi del tempo per stare con la natura, soprattutto con gli alberi. Passeggia a piedi nudi, fai dei lavori con la terra, come piantare e sistemare l’orto. Porta con te e stringi ogni tanto tra le mani un diaspro rosso o un’ossidiana, mangia lentamente e fai un digiuno a settimana. Lavora il giusto con la convinzione che l’universo ha già tutto quello che ti serve. Ama la tua famiglia, ma non essere ossessionato dall’idea di perderli. Loro sono come te, anime in cammino, e nei mondi sottili vibreranno nel tuo stesso amore. Pensa a Dio ogni volta che la paura arriva e ripeti mentalmente il mantra Om. Vivi in armonia con le leggi cosmiche. Ovviamente prenditi cura delle tue ferite fisiche, con amore e senza attaccamento Se ti obbligano a fermarti allora rallenta e vivilo come un messaggio d’amore.”
Varun è sbalordito da un’analisi così profonda, avrebbe messo in pratica ogni singola parola. Intanto la passeggiata volge al termine, ma avrebbe voluto che non finisse mai.
A cura di
Mina Formisano
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